Il neoplatonismo fiorentino e il Concilio di Firenze (1439-1441)

Nella sua Lezione per il conferimento del Premio Nobel nel 1987 il poeta Iosif Brodskij parlò di “estetica dello Stato”. Il filosofo A.F. Losev ha scritto che il Rinascimento e' l’epoca dell’ “esaltazione titanica dell’uomo all’interno di un’esistenza intesa in modo prevalentemente estetico… Quindi, quando Leonardo afferma che solo la pittura è la filosofia e la saggezza, in lui non parla solo la passione capricciosa del pittore, ma si dà voce a una scienza del tutto esatta”[1].


[1] A.F. Losev, Estetica vozrozhdenija, Moskva, Mysl, 1978, pag. 45, 57 (in russo).

Losev dice giustamente che in quei tempi “accadde qualcosa di favoloso”. L’idea estetica fondamentale di qualsiasi regime costituzionale, e cioè assicurare ai cittadini una vita felice all’interno di una fioritura delle arti, si concretò per alcuni decenni nella Repubblica fiorentina del ‘400. “Il neoplatonismo fiorentino è meno che mai una teoria… Il neoplatonismo fiorentino è prima di tutto una vita di un certo tipo, una particolare fratellanza tra uomini che avevano tutto in comune, comprese le piccole cose, comprese tutte le occupazioni e decisamente tutto l’ambiente di vita… Questo neoplatonismo, con tutte le sue valenze religiose, mitologiche, simboliche e persino mistiche, fu vissuto a Firenze con grande facilità e disinvoltura, e per lo più in modo festoso e solenne. Il neoplatonismo fiorentino fu qualcosa di straordinariamente umano, caratterizzato dalla cordialità e dall’intimità, e per queste sue caratteristiche giustificò e motivò rapporti umani leggeri, per la maggior parte lirici, ma mai sdolcinati, di profonda amicizia e, si potrebbe dire, quasi romantici. Ecco perché e' stato Rinascimento nel senso autentico della parola”[2].


[2] Ibid., pag. 343.

E adesso diamo la parola a Marcello Ficino, vissuto nello stesso secolo: “Se parliamo di un’età dell’oro, abbiamo in mente, senza dubbio, un’età che produce intelletti d’oro. E tale è il nostro secolo e nessuno, esaminando le sue meravigliose invenzioni, può avere dubbi. I nostri tempi, la nostra età dell’oro, hanno portato alla fioritura delle arti liberali, che erano quasi morte: la grammatica, la poesia, la retorica, la pittura, l’architettura e l’antico canto della lira di Orfeo. E tutto questo a Firenze”[3].


[3] Ibid., pag. 327.

Gli artigiani, i mercanti e i banchieri di Firenze riuscirono a creare e a mantenere un equilibrio di poteri che, nonostante tutte le insufficienze di quei tempi, causate dalle superstizioni, dal possesso generalizzato delle armi e dalla corruzione, a noi ben nota, ha assicurato il primato di questa piccola città in tutta la storia europea del nostro tempo. Giorgio Vasari, il famoso storico e pittore della metà del ‘500, scrisse: “Le arti hanno sempre prosperato Firenze, a tal punto che, e si può dirlo senza offesa per altre città, ritengo sia stata proprio Firenze il rifugio e il nido più importante per le arti, come Atene lo è stata un tempo per le scienze”.

Bisogna prestare una particolare attenzione al ruolo e al significato che ha avuto per Firenze la famiglia Medici. Sono trascorsi sei secoli da quando il banchiere Giovanni Medici ricoprì per la prima volta, solo per due mesi secondo la tradizione fiorentina, una carica statale. E’ l’antenato diretto della famiglia di cui fecero parte Cosimo il Vecchio e suo nipote Lorenzo il Magnifico. Non va dimenticata l’ultima discendente Maria Luisa che, non avendo figli, dono' allo Stato Toscano tutto il patrimonio di famiglia, comprendente palazzi, ville e soprattutto numerosissime opere d’arte.

Durante il mio intervento davanti agli studenti di legge dell’Università di Firenze, ho detto, e non per scherzo, che Firenze deve ai suoi legali tanto quanto deve ai pittori, gli architetti e gli scultori. Se il testamento di Maria Luisa non fosse stato redatto a regola d’arte, la maggior parte dei capolavori sarebbe ora sparsa per tutto il mondo, e non sarebbe stato possibile, valendosi di quel testamento, recuperare le opere trafugate da Napoleone e da Hitler. L’errore contenuto nel testamento e relativo alle miniature conferma quanto ho detto. Il fatto che la maggior parte di esse non si trovi più a Firenze ci fa capire che cosa sarebbe potuto accadere al resto del patrimonio. Sul piano giuridico si tratta di un ottimo esempio per gli studenti di legge.

La figura principale di questo processo, ancora sottovalutata, soprattutto in Russia, è Cosimo il Vecchio (da non confondere con i successivi Cosimo Medici, Duchi di Toscana tra il ‘500 e il ‘700), che per la prima volta nella storia affermò la supremazia dei partiti, anziché dei tiranni. Il fatto è che la famiglia Medici, già dalla fine del ‘300, si mise al capo del partito popolare, e appoggiò il famoso “tumulto dei ciompi”, cioè dei lavoratori esclusi dalle corporazioni degli artigiani. Successivamente Giovanni Medici introdusse, e Cosimo Medici approvo', per la prima volta nella storia, il sistema della tassazione progressiva, esteso a tutti senza eccezioni. Il banchiere Cosimo Medici intraprese uno sforzo titanico per tentare di unificare le due chiese cristiane e salvare così Bisanzio. Per due anni la Repubblica Fiorentina e Cosimo il Vecchio in persona finanziarono e appoggiarono in tutti i modi l’organizzazione del Concilio di Firenze (1439-41), che fu contraddistinto da intense ed ampie trattative tra la chiesa cattolica e quella ortodossa in materia di unificazione, intesa come condizione di un consistente aiuto militare dell’Occidente a Bisanzio nella lotta contro i turchi. Il risultato fu che, durante quelle trattative e subito dopo la sanguinosa fine di Bisanzio, Firenze si riempì di studiosi eccezionali, filosofi e teologi, nonché di manoscritti di Platone, fino ad allora conservati a Bisanzio, contenenti il suo sogno di un regime costituzionale repubblicano ideale e il suo punto di vista nuovo sull’arte greca antica, conosciuta in Italia soprattutto per il tramite delle copie romane. In un certo senso l’antica Roma e poi Bisanzio furono le custodi passive delle idee e delle tradizioni dell’antica Grecia, compresa la loro prima simbiosi con le idee bibliche (per esempio, ad Alessandria all’inizio del primo millenio). Quindi Firenze diventò nel ‘400 un canale attraverso il quale l’immensa ricchezza culturale delle idee antiche fluì nel mare cristiano, trasformandolo in quell’oceano, che noi adesso chiamiamo la “civiltà occidentale”, alla cui fioritura contribuirono non poco le idee e gli sforzi del fiorentino Cosimo il Vecchio.

L’unificazione dell’Oriente cristiano con l’Occidente cristiano non avvenne, ma la grandiosità del disegno utopico di Cosimo rimane un esempio per i politici europei. E’ evidentemente che una buona dose di utopia è necessaria ad ogni buon politico.

Al Concilio di Firenze partecipò anche la delegazione russa, che esportò in Russia la ricetta della vodka, basata sulla ricetta della bevanda scandinava “akvavit”, offerta da fiorentini agli ospiti[4].


[4] Geoffrey Hosking, Russia and the Russians, Massachusetts, Harvard University Press, 2001, p. 11.

Un membro anonimo della delegazione russa ha lasciato la prima descrizione della città (1439): “La gloriosa città di Firenze è molto grande e quello che vi si trova non l’abbiamo mai visto nelle città descritte in precedenza: i templi sono molto belli e grandi e gli edifici sono costruiti in pietra bianca, molto alti e decorati con arte”.

È interessante l’esempio di Massimo il Greco, che studiò e crebbe a Firenze e diventò un frate cattolico domenicano. Però sotto l’influenza delle idee dell’Accademia neoplatonica dei tempi di Lorenzo il Magnifico, nipote di Cosimo, passò alla fede ortodossa e nel 1517 fu invitato da Vassilij III a Mosca per tradurre testi religiosi in lingua russa. Nel 1525 fu arrestato e torturato, ma nei trent’anni che seguirono visse in uno stato di “mite reclusione” e fu considerato uno dei maggiori saggi della Russia. In seguito fu consultato persino da Ivan il Terribile[5].


[5] Ibid., pp. 105-106; Jack Haney, From Italy to Muskovy: The Life and Works of Maxim the Greek, Munich, 1973, p. 175.

Il Rinascimento italiano si è trovato vicino alla Russia e ha influito su di essa, benché non ne abbia oltrepassato i confini. Lo scrittore Vasilij Aksionov ha notato giustamente che che la parola “Rinascimento” in Russia viene usata in modo scorretto, nel senso della rinascita di qualcosa che è già nato chissà quando, e poi per qualche motivo è appassito per cinquecento o mille anni. “In questa ottica, quando si parla della rinascita della filosofia russa all’inizio del XX secolo, si potrebbe pensare che in Russia abbiano un tempo operato Aristotele e Platone. Parlando del rinascimento si deve evidentemente pensare a un grande slancio creativo proprio di una nazione, di un gruppo di nazioni o di tutta una civiltà”[6].


[6] Vasilij Aksionov, Novyj sladostnyj stil, M., 2001, p. 13-14 (in russo).





Fonte: Il testo succitato è un estratto da “Firenze a Mosca”, il capitolo appendice dal libretto multilingue di Pietro Barenboim e Alessandro Zakharov, intitolato “Il topo dei Medici e Michelangelo”, Мoscow, 2006.

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Accademia neoplatonica

L'Accademia neoplatonica fu un'istituzione culturale fondata a Firenze nel 1459 da Marsilio Ficino, per incarico di Cosimo de' Medici, nella Villa medicea di Careggi.

Storia e membri

Il contesto culturale in cui l'Accademia si trovò ad operare era allora fortemente segnato dal platonismo, rinato in Italia verso la fine del XV secolo, attraverso l'umanesimo. Fu in particolare l'istituzione di cattedre di greco nelle principali università, dovuta a diversi episodi come la provvisoria riunificazione tra le Chiese d'Oriente e d'Occidente del 1438, o la diaspora di intellettuali bizantini dopo la presa di Costantinopoli (1453) arruolati come insegnanti in Italia, che permise l'uso diretto dei testi di Platone, pressoché sconosciuti nel Medioevo, che diede avvio alle traduzioni in latino.

A Firenze l'Accademia, che doveva significare simbolicamente la riapertura dell'antica Accademia di Atene, costituì un importante cenacolo di artisti, filologhi e intellettuali. Qui Marsilio Ficino tradusse in latino l'opera di Platone, ma anche di Plotino e di altri esponenti del neoplatonismo: fu proprio quest'ultima chiave interpretativa del platonismo a prevalere. Platone cioè era considerato idealmente il capostipite di concezioni filosofiche appartenute anche ad autori successivi e cristiani, come Agostino o Boezio.

Fra gli esponenti principali dell'Accademia Neoplatonica ci furono, oltre allo stesso Ficino, Pico della Mirandola, Poliziano, Nicola Cusano, Leon Battista Alberti, Bartolomeo Scala e Cristoforo Landino, nonché esponenti della famiglia dei Medici, quali Giuliano de' Medici e Lorenzo il Magnifico.

Dopo la morte del Magnifico (1492) l'Accademia si riunì alla villa di Bernardo Rucellai, presso gli Orti Oricellai. Fecero parte di questa "seconda generazione" Niccolò Machiavelli, il Trissino, Jacopo da Diacceto, Luigi Alamanni e tanti altri. Tra l'altro in questo periodo l'Accademia si distinse per le posizioni favorevoli alla Rebubblica e quindi antimedicee, che valsero agli accademici non pochi problemi. L'Accademia Neoplatonica fu infatti sciolta nel 1523, in conseguenza della congiura ordita contro il cardinale Giulio de' Medici da parte di alcuni suoi membri.

Dottrina

Secondo Ficino esisteva una tradizione filosofica che andava, senza soluzione di continuità, da Pitagora all'orfismo, passando per Socrate, Platone e Aristotele fino a giungere al neoplatonismo. Le idee di Ficino, che ebbero una straordinaria influenza nella cultura del tempo, vennero riprese anche in seguito, soprattutto da quei filosofi con forti interessi religiosi, oltre a conoscere una notevole diffusione anche al di fuori delle scuole o delle accademie.

L'uomo, come già teorizzato dutante l'umanesimo della prima metà del secolo, era visto come copula mundi, ovvero quell'armonica interazione tra anima e corpo in cui ciascuno è padrone del proprio destino. Gli accademici riconoscevano come massima aspirazione umana la felicità, ma non vedevano come suo sbocco naturale l'azione, e in particolare la politica, ma piuttosto la speculazione filosofica. Grazie all'esercizio di essa infatti gli spiriti più nobili ed eletti possono sperimentare la felicità e raggiungere la conoscenza del vero dopo la morte.

Secondo i neoplatonici il mondo era organizzato in sfere concentriche, i cui estremi erano Dio e la materia, intesa come mondo animale. L'uomo era l'unico essere in natura dotato di ragione, che gli permette di scegliere consapevolmente se elevarsi verso il mondo divino o scendere verso quello animale o ancora mantenersi a un'equilibrata equidistanza. questa scelta si compie tramite la mediazione fondamentale dell'amore e della bellezza. Scriveva Ficino che “Amore è desiderio di bellezza” ed è l'amore, nelle varie forme di bestiale, umano o divino, a guidare l'uomo nel cammino di ascesa verso Dio, ritenuto fonte della bellezza vera e perfetta.

Fondamentale nella storia del pensiero fu il collegamento che il neoplatonismo rinascimentale, in particolare a Firenze, fece tra la filosofia classica e il cristianesimo. Una delle opere più importanti in questo senso è la Theologia platonica, sempre di Ficino, in cui viene operato il miglior tentativo fino ad allora condotto di rivalutazione del pensiero classico in chiave religiosa cristiana.

Col tempo il carattere elitario dell'Accademia sviluppò deformazioni ermetiche, magiche ed esoteriche, senza tuttavia smarrire la sua struttura logica di fondo, costituita dal metodo critico della teologia negativa.

Influenza nelle arti figurative

Le dottrine dell'accademia neoplatonica ebbero dirette conseguenze nelle arti figurative, sia per i desideri della committenza, guidata dai Medici, sia per uno spirito emulativo che si propagò in tutte le più importanti corti d'Italia (e poi d'Europa), grazie all'uso degli stessi artisti quali ambasciatori della cultura fiorentina promosso dallo stesso Lorenzo de' Medici.

Una delle conseguenze più evidente fu l'ingresso di soggetti mitologici nelle opere d'arte, riletti in chiave cristiana quali portatori di arcane verità o come testimoni di una sognata armonia ormai perduta. Parallelamente si diffuse il tema della ricerca di bellezza, intesa come senso di proporzione e armonia estetica, che proprio nella produzione figurativa aveva una delle sue applicazioni più naturali.

Venere, la dea più peccaminosa dell'Olimpo pagano, venne totalmente reinterpretata dai filosofi neoplatonici e diventò uno dei soggetti raffigurati più frequentemente dagli artisti secondo una duplice tipologia: la Venere celeste, simbolo dell'amore spirituale che spingeva l'uomo verso l'ascesi mistica, e la Venere terrena, simbolo dell'istintualità e della passione che lo ricacciavano verso il basso.

Un altro tema rappresentato di sovente fu la lotta tra un principio superiore ed uno inferiore (ad esempio Marte ammansito da Venere o i mostri abbattuti da Ercole), secondo l'idea di una continua tensione dell'animo umano, sospeso tra virtù e vizi; l'uomo in pratica era tendenzialmente rivolto verso il bene, ma incapace di conseguire la perfezione e spesso insidiato dal pericolo di ricadere verso l'irrazionalità dettata dall'istinto; da questa consapevolezza dei propri limiti deriva perciò il dramma esistenziale dell'uomo neoplatonico, consapevole di dover rincorrere per tutta la vita una condizione apparentemente irraggiungibile.

Furono influenzati dai temi neoplatonici artisti come Sandro Botticelli, Antonio e Piero del Pollaiolo, Leonardo da Vinci, Perugino, Luca Signorelli, ecc.

Con la morte di Lorenzo il Magnifico e l'instaurarsi della repubblica savonaroliana questi ideali vissero una profonda crisi, che portò a un ritorno verso una religiosità più rigorosa nei costumi e di stampo più ascetico.


Fonte: La versione italiana da Wikipedia